Quale film ti interessa di più tra quelli postati in questo mese?

mercoledì 12 settembre 2012

L'uomo che verrà


Inverno, 1943. Martina, unica figlia di una povera famiglia di contadini, ha 8 anni e vive alle pendici di Monte Sole. Anni prima ha perso un fratellino di pochi giorni e da allora ha smesso di parlare. La mamma rimane nuovamente incinta e Martina vive nell'attesa del bambino che nascerà, mentre la guerra man mano si avvicina e la vita diventa sempre più difficile, stretti fra le brigate partigiane del comandante Lupo e l'avanzare dei nazisti. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 il bambino viene finalmente alla luce. Quasi contemporaneamente le SS scatenano nella zona un rastrellamento senza precedenti, che passerà alla storia come la strage di Marzabotto.

World Invasion



Per anni sono stati documentati casi di avvistamento di Ufo in tutto il mondo – Buenos Aires, Seoul, Francia, Germania, Cina. Ma nel 2011, quando la Terra sarà sotto l’attacco di forze sconosciute, quelli che erano stati solo degli avvistamenti diventeranno una terrorizzante realtà.  Mentre gli esseri umani vedranno distrutte le più grandi città del mondo, Los Angeles resterà l’ultima speranza dell’umanità in una battaglia che nessuno si aspettava. Un Sergente dei Marines (Aaron Eckhart) e la sua nuova squadra saranno chiamati a prendere posizione e a difendere il mondo da un nemico  mai visto prima.

A cena da amici



Gabe e sua moglie Karen scrivono per riviste specializzate in cibi di alta qualità e sono appena tornati da un fruttuoso viaggio in Italia. Mettono a disposizione i cibi da loro acquistati e la loro abilità culinaria per i loro migliori amici Beth e Tom. Alla cena giunge però solo Beth con i figli. Inizialmente la donna cerca di giustificare l’assenza del marito ma poi scoppia in lacrime e racconta che Tom ha un’amante. La notizia sconvolge Gabe e Karen che si trovano a riflettere sulla loro situazione matrimoniale.
Norman Jewison nella sua lunga carriera cinematografica ha più di una volta affrontato testi di origine teatrale. Dai musical Un violinista sul tettoJesus Christ Superstar adAgnese di Dio e al sottovalutato Storia di un soldato passando per I soldi degli altri. Questa volta si affida a un testo di Donald Margulies vincitore del Pulitzer e compie la scelta giusta. Perché in quella che avrebbe potuto essere l’ennesima e scontata riproposizione di una debacle familiare vissuta anche attraverso lo sguardo di chi vuole invece tenere unita la coppia che è andato a costituire viene immessa una tensione che riporta alla memoria le Scene da un matrimonio bergmaniane. Dennis Quaid, in particolare, riesce a offrire allo spettatore il tormento interiore di chi, da maschio, non vuole giudicare a priori l’amico di sempre condannandolo senza possibilità di appello come invece le due donne sembrano voler fare. In questo tentativo di difesa riesce anche ad insinuare nello spettatore il dubbio che egli stesso non sia estraneo al problema. Così facendo costruisce l’attesa di uno spostamento di baricentro della narrazione e, al contempo, innesca l’interesse per le scene in cui assistiamo direttamente a quanto avviene nell’intimità tra Beth e Tom. I loro contrasti, le loro incomprensioni, il loro rinfacciarsi atteggiamenti e comportamenti non difettano in verosimiglianza e, al contempo, sono e restano cinema. Anche se realizzato per la tanto vituperata (spesso a ragione ma non sempre) televisione. 

Io speriamo che me la cavo



Dal best seller (1990) di Marcello D'Orta. Un maestro elementare è trasferito, per un errore del computer, dalla Liguria a un comune vicino a Napoli, dove gli viene assegnata una terza. Quando se ne andrà, avrà insegnato qualcosa, ma soprattutto qualcosa avrà imparato. Il film funziona per merito di Villaggio che qui scopre la sua faccia nascosta, la tenerezza. La Wertmüller mette la sordina al suo linguaggio eccitato e motorizzato, ma ogni tanto le scappa qualche acuto dissonante, soprattutto nella colonna sonora affardellata. E i bambini? Pur costretti a dialoghi scritti a tavolino, sono napoletani, dunque attori nati.AUTORE LETTERARIO: Marcello D'Orta

O'Professore



Pietro Filodomini è insegnante di italiano presso la Maiello, una scuola "speciale", un avamposto culturale nel cuore depresso e disperato di Napoli. Con l'aiuto di un corpo insegnante al femminile, Pietro recupera all'educazione scolastica trentasei adolescenti abbandonati dalle famiglie e dalle istituzioni. Determinato e ostinato, 'o professore recupera porta a porta i suoi studenti, riscattandoli dalla prostituzione, dalla microcriminalità e dal reclutamento camorrista in cui si adopera Pescecane, un arrogante malavitoso. 
Dal passato di Pietro riemerge però un episodio di violenza che lo costringe a testimoniare una verità dolorosa davanti alla legge e ai suoi ragazzi. La confessione e la presa di coscienza del professore diventano una rilevante esperienza pedagogica che trasformerà radicalmente la loro giovane esistenza. 
I personaggi che abitano il cinema di Zaccaro sono quasi sempre "uomini perbene", normali e soli a causa del loro irrinunciabile bisogno di giustizia. Pietro Filodomini non fa eccezione e avalla i precedenti cinematografici del regista milanese. Il professore di Zaccaro è un educatore in trincea che coordina un progetto educativo contro la dispersione scolastica e coltiva un sogno: portare trentasei ragazzi "abbandonati" nel ventre di Napoli alla licenza media. Se il Tortora di Leo Gullotta (Un uomo perbene) veniva schiacciato dalla giustizia, il Filodomini di Castellitto la pretende per i suoi ragazzi. 
Lontano dall'essere un giustiziere alla James Belushi (Una classe violenta), il professore napoletano non risponde ai metodi camorristi e alle provocazioni dei suoi studenti con spranghe e coltelli. Lo scontro fisico e frontale e il dispiegamento di violenza della "scuola" hollywoodiana vengono mutuati dalla disponibilità all'ascolto, dalle idee e dalle indicazioni di vita. Il film focalizza pertanto la sua attenzione sulla drammatica dimensione della gioventù partenopea, mettendo in scena tutta la fatica di essere adolescenti in una città che non vuole (o non può?) disfarsi della spazzatura materiale e morale che ingombra i suoi vicoli e impedisce l'espressione personale dei suoi figli. 
Napoli diventa nella trasposizione televisiva di Zaccaro un autentico laboratorio sociale, un luogo in cui discutere sulle forme della conoscenza (operando una decisa critica verso un "sapere" mafioso costituito), un luogo privilegiato in cui si confrontano la cultura umanistica e la sottocultura camorrista, una città in cui si sperimentano relazioni importanti, docente-discente, e altre rispetto a quelle malavitose profondamente radicate nei costumi locali. 
L'educazione è il processo che permette di "tirare fuori" la conoscenza dall'individuo e la coscienza dell'individuo. Il professore del titolo è il compromesso tra struttura e istinto, tra lentezza burocratica e dinamismo criminale. Ma l'equilibrio non sembra essere una soluzione praticabile nella realtà partenopea. In questo punto preciso Zaccaro porta la sua opera da un piano sociale a quello politico. Sceglie così e di nuovo di raccontare una storia "contro", coerente col suo cinema e la sua visione del mondo e della vita.
Tratto dal romanzo di Paola Tavella, "Gli ultimi della classe", e sceneggiato dagli inseparabiliRulli e Petraglia'O Professore elude la retorica del buon maestro, macchiando col peccato l'immacolato "libro cuore" di Pietro Filodomini. Sergio Castellitto interpreta l'ordinario eroismo di un professore, smettendo questa volta il gesto istrionico e accordandosi alla struttura corale e debuttante dell'opera televisiva di Zaccaro. Gli otto protagonisti esordiscono efficacemente sul piccolo schermo, educati dall'autore allo spettacolo del mondo, invitati a "cogliere l'attimo" e a viverlo poeticamente.




sabato 8 settembre 2012

CSI Miami



I panorami assolati della Florida fanno da sfondo alle indagini svolte dalla squadra scientifica di Miami, capitanata da Horatio Caine. Lo affiancano Megan Donnover, Tim Speedle, Eric Delko, Calleigh Duquesne e Alexx Woods. Insieme si muovono nell'apparente serenità della quotidiana vita cittadina turbata dal crimine.
Nata come spin-off ufficiale di CSI Scena del Crimine, la serie è più cinica e "cruda" di quella ambientata a Las Vegas.












Miseria e nobiltà

Poveri in canna, Felice e Pasquale vengono assunti, con le rispettive famiglie, da un marchesino che vuole sposare la figlia di un cuoco arricchito. Devono fingersi i suoi parenti aristocratici in casa del suocero. Teatro filmato, ma dichiarato, esplicito. Con le leggere modifiche di Ruggero Maccari e dello stesso regista, la commedia di Scarpetta funziona ancora benissimo. Totò è grande, la Faldini bella.AUTORE LETTERARIO: Eduardo Scarpetta

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venerdì 7 settembre 2012

Marilyn



Film tratto da un libro di memorie di Colin Clark, che nel 1957, era un giovane di 23 anni appena uscito da Eton, che fu incaricato di tenere d'occhio Marilyn Monroe mentre era impegnata con le riprese de Il principe e la ballerina, e suo marito Arthur Miller era a Parigi per lavoro. A Clark era stato chiesto di evitare alla diva le eccessive pressioni del lavoro conLaurence Olivier, ma soprattutto le attenzioni insidiose di tutti coloro che le giravano attorno per interesse, e di farla svagare ogni tanto, facendole conoscere i piaceri della vita britannica.

Cinema Verite


Nel 1971 la famiglia Loud accetta l'idea di sottoporsi ad un esperimento televisivo che documenti la sua vita domestica. Nasceva così il primo reality della storia della tv: An American Family. 


The Bourne Legacy


Chiusa la storia di Jason Bourne tocca ad Aaron Cross. Agente del programma Outcome, miracolosamente sopravvissuto alla “chiusura del programma”, ovvero all’eliminazione fisica di tutti gli agenti, Cross è costretto ad assumere una serie di medicinali che ne migliorano le prestazioni (fisiche) e ne indirizzano le scelte (intellettuali), dai quali deve disintossicarsi per non dipendere dal governo. L’unica a poterlo aiutare è una delle dottoresse incaricate di tenere d’occhio gli agenti, anch’essa a sua insaputa a rischio “chiusura”.
Finito un ciclo ne inizia un altro e siccome il mutamento palesa ciò che gli sfugge, la nuova serie di Bourne (ormai solo nominalmente) nel suo mutare protagonista lascia emergere gli elementi caratteristici dello spionaggio moderno per come Tony Gilroy e Paul Greengrass l’hanno cambiato ed evoluto. A differenza di Jason Bourne, il nuovo agente Aaron Cross conosce bene il proprio passato e vorrebbe tanto dimenticarlo, anch’egli corre per sfuggire alla lunga mano e ai mille occhi di un governo che l’ha reso quel che è, con l’obiettivo di guadagnarsi il diritto ad una nuova vita ma non è più uno sperduto superuomo in un mondo che ignora, anzi è un profondo conoscitore delle dinamiche che deve smontare. Dunque la vera similitudine tra i due, al netto del superomismo, è e rimane la ricerca di una nuova identità, che equivale a dire l’assenza di una. Il tipico giro di location ai diversi angoli del pianeta è di nuovo un vagare in luoghi differenti con l’aria sperduta di chi cerca se stesso, essere ovunque eppur rimanere un nessuno, il perfetto prodotto della fobia moderna nei riguardi della perdita (o del furto) d’identità in un sistema di comunicazioni che la ridefinisce in continuo. Ma non solo identità, stavolta la paranoia da spy movie si allarga alle conquiste della scienza medica e alle possibilità di ingerenza di questa nel corpo umano, a favore di un “controllo” che da gerarchico si fa burattinesco, uno stato che riesce a plasmare le azioni e le intenzioni dei propri agenti.
Dunque mentre James Bond aveva il suo punto di forza in un’identità unica e incrollabile, fatta di gesti, vizi e tic noti e apprezzati, un eroe il cui momento più iconico è la presentazione stessa (“Bond, James Bond”), gli agenti che Tony Gilroy sceneggia a partire dalle idee di Ludlum sono dei fantasmi privi di una personalità forte che nel loro agitarsi non mostrano se stessi ma riflettono il sistema da cui dipendono per la propria esistenza e senza il quale non sono nulla.
Se prima però Tony Gilroy era solo sceneggiatore, ora è anche un regista che riprende i tratti salienti dello stile Greengrass per far sentire il meno possibile la cesura con il passato, sebbene non riesca ad imitarne l’incredibile rigore ipercinetico.
La vera novità sono allora i due comprimari, elevati a uno status mai visto nella saga di Bourne. Rachel Weisz, scienziata a rischio della vita pronta ad aiutare l’agente segreto che prima considerava solo un numero, è molto più di una “donna sballottata dall’eroe” e di certo ha una personalità più forte della sua, mentre Edward Norton è un volto all’altezza del Sistema dai mille occhi che caccia il protagonista. Il suo Eric Byer, decisionista a metà tra tutte le agenzie governative, quarantenne dai capelli bianchi donatigli da una vita dallo stress impensabile, è il più umano degli inumani, agisce come una macchina assecondando principi e assurdità comprensibili come mai. E proprio questo forse è il cambio più drastico rispetto al passato, una personalità forte e unica in cima alla caccia e non più quel “governo” non identificabile in un’unica persona, entità vaga e sfuggevole in cui nessuno ha l’ultima parola o una vera responsabilità.

Getaway!



Uscito di prigione, rapinatore si ricongiunge alla moglie, compie un grosso colpo e con lei si rifugia nel Messico. Violento, amorale, stringato, ricco di eccessi e di tensione, questo film d'azione sulle imprese di una coppia criminale, reciprocamente infedele ma unita, è un efficace compromesso tra le ambizioni di Peckinpah e il divismo di McQueen. Sceneggiato da Walter Hill su un romanzo di Jim Thompson (1959).AUTORE LETTERARIO: Jim Thompson

40 carati



Nick Cassidy è un ex poliziotto di New York evaso dalla prigione in cui scontava una lunga pena per aver rubato e poi rivenduto (dopo averlo tagliato)un prezioso diamante appartenente a un potente e avido uomo d'affari. Ora Nick si trova sul cornicione di una stanza di uno dei piani più alti del Roosevelt Hotel a 78 metri dal suolo, proclama la propria innocenza e minaccia di buttarsi giù. Paralizzato il traffico e attirata l'attenzione dei media Nick, che ha fornito false generalità, pretende la presenza della detective Lydia Spencer nota all'intera nazione per aver tentato senza successo di evitare un tentativo di suicidio qualche tempo prima. Ciò che la donna cerca di capire è: Nick vuole davvero suicidarsi o ha un altro fine?
Asger Leth compie il passaggio dal documentario al thriller riuscendo a muoversi con scioltezza attraverso i canoni del genere con l'aggiunta di numerose difficoltà logistiche. Perché questo film è in buona parte girato realmente ai piani alti di un hotel grazie ad accorgimenti tecnici che garantissero al contempo sicurezza e spettacolo. Ancora una volta il titolo italiano tradisce l'originale. È facile comprendere che nella nostra lingua la dizione "uomo sul cornicione" non fosse particolarmente allettante ma in realtà è in questa collocazione spaziale che si concentra tutta la dinamica del film. Un essere umano che minaccia di gettarsi nel vuoto catalizza un'infinità di domande sui motivi del gesto e divide immediatamente, nelle situazioni reali, gli astanti in due settori (anche se non espliciti). C'è chi spera che ci ripensi e chi invece attende il lancio. È quanto accade anche nel film che non si limita a costruire la giusta tensione ma amplia lo sguardo a come si ‘costruisce la notizia' grazie al sulfureo ruolo della reporter affidato a Kyra Sedgwick.
L'ormai abusata figura del poliziotto innocente incastrato in un gioco più grande di lui viene qui rivitalizzata grazie a una progressiva messa a fuoco di un puzzle che potrà essere meglio apprezzato da chi non avrà visto il trailer che rivela troppo. La sceneggiatura è scritta in modo tale da sembrare pensata da un maestro nel gioco degli scacchi. Ogni mossa e contromossa ha una sua motivazione che lo spettatore è invitato a individuare al fine di cercare di prevedere cosa accadrà in seguito. Il confronto a due (Nick/Lydia) si arricchisce in progress di figure che non sono mai di contorno ma hanno tutte un ruolo preciso nella struttura. Tra tutti risaltano il più giovane e il più vecchio. Da un lato Jamie Bell (che dai tempi di Billy Elliot è cresciuto non solo fisicamente affinando ulteriormente le proprie doti) offre al ruolo del fratello di Nick una molteplicità di caratteristiche. Dall'altro troviamo un sempre più grande Ed Harris che si diverte nel tratteggiare con perfidia il ruolo del rapace magnate David Englander.

giovedì 6 settembre 2012

Real Steel



In un futuro non troppo lontano il pugilato non è più una questione umana, a combattere sono dei robot manovrati dai loro tecnici. Com risultato gli incontri sono molto più efferati e di successo. Un ex-pugile caduto in disgrazia, e ora condannato a far combattere robot scassati in incontri di bassa lega, viene forzatamente riconciliato con il figlio di 11 anni dopo la morte della madre che lo aveva in affido. Con lui troverà e rimetterà in sesto un modello vecchissimo di robot-pugile che si rivelerà un'arma formidabile per farsi strada nel mondo della boxe robotica e per riunire padre e figlio alla luce di una passione comune.
Più che aver adattato "Steel" (racconto di Matheson già diventato un episodio della serie classica di Ai confini della realtà) sembra che Shawn Levy e il team di Real steel abbiano voluto cavalcare la moda dei robottoni al cinema, utilizzando il nome di Matheson come investitura intellettuale. Perchè dei temi e della storia del pugile che si finge macchina in un futuro distopico c'è proprio poco in questo film, che invece ha tutto il sapore dei prodotti disneyani (anche se la casa di Topolino non ha prodotto ma solo distribuito). 
Con un'ambientazione molto più radicata nell'America profonda (fiere di paese, camion, Texas, covoni di fieno...), una tematica che alla filosofia sostituisce i valori familiari e la volontà di raccontare una storia poco originale di seconde occasioni e trionfi sportivi che coincidono con riconciliazioni umane, Real steel riesce comunque ad essere uno degli esempi più solidi di una categoria solitamente deludente come quella del "cinema per famiglie". 
Inutile cercare le asperità, le implicazioni umane e le metafore dirette richiamate dall'idea di una società che mette dei robot di forma umanoide a combattere sul ring fino alla mutilazione per il sollazzo del pubblico, Real steel pensa ad altro. In questo senso funziona molto il rapporto a due padre/figlio tra Hugh Jackman e Dakota Goyo, che singolarmente non brillano ma insieme riescono a dar vita a un gioco di sguardi, speranze e battibecchi degno di una sofisticata commedia sentimentale.
Il vero salto qualitativo il film però lo fa quando decide di immaginare i suoi incontri tra robot tanto come evoluzione del pugilato, quanto come evoluzione dei videogiochi. Senza cedere nulla alla sofisticazione o a ragionamenti troppo contorti, Levy costruisce la sua storia di riscossa dando per scontata una realtà, quella dell'intrattenimento videoludico come disciplina della mente, arte raffinata di cuore e volontà e campo di gioco dotato di pari dignità rispetto allo sport.
In questo modo, oscillando tra l'odissea familiare di Over the top, l'incontro finale di quasi tutti i Rocky (un avversario russo, la resistenza durante l'incontro per esplodere alla fine, il nome urlato dopo il gong) e suggestioni da altro cinema per l'infanzia (il robot protagonista ha le fattezze del Gigante di ferro di Brad Bird), il film raggiunge più di quanto non sembri essersi prefisso e il suo "vero acciaio" riesce addirittura a commuovere, anche quando è stretto tra product placement e ammiccamenti ruffiani.

Boy Wonder



Un ragazzo di Brooklyn assiste in tenera età all'omicidio di sua madre e cresce con l'ossessione di trovare il suo assassino. Comincia così una doppia vita, studente modello di giorno e eroe di notte. Ma cos'è un vero eroe e chi decide cosa è giusto o sbagliato?

The Road To Freedom



ll regista Brendan Moriarty dirige un film nel quale racconta le vicende di due fotoreporter. Entrambi rischiano la vita andando in guerra in Cambogia, ma il tentativo è quello di portare l'attenzione del mondo sui problemi di questa regione remota.

The Unknowns



La storia segue la normale vita di una donna che scopre di essere il capo di una squadra di killer molto specializzati. Parte per un viaggio per scoprire chi ha cancellato la sua memoria e perché.

Atto di forza



Dal racconto di Philip K. Dick We Can Remember It for You Wholesale (Ricordiamo per voi, 1966). Nel 2084, desideroso di compiere un viaggio su Marte, l'operaio edile Doug Quaid si rivolge all'agenzia Recall che vende viaggi e avventure di turismo virtuale, ma scopre di essere già stato su quel pianeta come Hauser, agente segreto al servizio dello spietato dittatore locale, e si unisce al movimento popolare di rivolta. Film eccessivo nell'azione, nella violenza, nella grandiosità delle scenografie, negli effetti speciali (Oscar per Eric Brevig), nell'ideologia. Suggestiva macchina narrativo-spettacolare con una vertiginosa struttura a scatole cinesi, imperniata sull'ambiguità tra realtà e apparenza, con alleggerimenti grotteschi e parentesi erotiche.AUTORE LETTERARIO: Philip K. Dick

Lockout



Stati Uniti, 2079. Snow è un ex agente della CIA che non gode di una buona reputazione. Viene rimesso però in attività nel momento in cui si verifica un'emergenza. Emily, la figlia del Presidente si è recata su una prigione in orbita in cui sono stati ‘congelati' i detenuti più pericolosi. Proprio in occasione del suo arrivo un detenuto, che viene da lei intervistato, riesce a prendere in mano la situazione risvegliando gli altri. E' necessario intervenire e la missione può essere affidata a un solo uomo: Snow.
Stephen St. Leger e James Mather hanno un ruolo che è molto prossimo a quello del prestanome per questo film che porta molteplici firme di Luc Besson. Un giorno qualcuno dovrà impegnarsi a studiare approfonditamente la factory Besson. Ne risulteranno di sicuro dei rilievi interessanti. Si riuscirà, tra l'altro, ad individuare con precisione analitica le strategie registiche e/o produttive con cui il più americano dei registi francesi riesce a imporre sul mercato prodotti di genere, spesso catalogabili come b-movies, che riescono però ad avere quasi sempre un quid che li diversifica dai concorrenti. Perché anche in questo Lockout ci viene chiesto in maniera perentoria di sospendere l'incredulità sin dalla prima sequenza in cui il protagonista riceve degli sganassoni che neanche Bud Spencer e Terence Hill ai bei tempi. 
Tutto è di conseguenza sopra le righe (ivi compresi gli occhi del cattivo che più cattivo non si può) e non ha bisogno di giustificazioni. Anche perché l'ennesimo utilizzo del McGuffin di turno (una valigia) favorisce l'architettura di uno script in cui, quando ci si ferma per un dialogo tra il bruto e la bella, si deve conservare il ritmo. Sempre. Anche nelle situazioni più pericolose.

Il mundial dimenticato



Documentario dedicato al mondiale di calcio del 1942 che, partendo dal ritrovamento di straordinari materiali filmici dell'epoca, alcuni conservati negli archivi di Cinecittà Luce, ricostruisce la storia del mondiale in Patagonia fortemente voluto dal Conte Vladimir Otz, curioso mecenate emigrato in Argentina negli anni '30. 

Padrona del suo destino


Veronica Franco è stata una cortigiana veneziana del Rinascimento, autrice di sonetti di valore. Il film ne racconta la biografia romanzata. Herskovitz è molto attento al décor e alle luci caravaggesche ma non dimentica l'attenzione alla sceneggiatura che valorizza la vicenda della ragazza povera divenuta cortigiana per poter sposare un giorno il vero amore. Nel frattempo apprende, domina la vita culturale veneziana e compone.


Il mestiere delle armi



Filologico, iperrealista, e tanto rigoroso da essere arrogante, questo è Il mestiere delle armi. Ecco a grandi linee la vicenda. Nel 1526 le armate lanzichenecche, cioè tedesche, di Carlo V, scendono attraverso l' Italia per minacciare lo Stato pontificio, che è difeso dal leggendario Joanni de' Medici, noto come Giovanni delle bande nere. L'eroe è tradito dal duca di Ferrara, che omaggia il generale Frundsberg di quattro cannoni modernissimi, capaci di condizionare una battaglia. Giovanni viene ferito proprio da uno dei cannoni, a una gamba. La cancrena avanza, le cure sono inutili e il generale pontificio muore. La fase della sofferenza di Joanni è la parte migliore del film, anche se incredibilmente dilatata. Olmi si ispira al Rossellini dell'ultima età, non più quella dell'oro, quando la grazia era... appannata. I tentativi pittorici di Olmi (sempre buio, sempre neve, mai un'ora di sole) diventano purtroppo calligrafia. I personaggi sono tutti inverosimilmente tristi, lenti e solenni.

Fuoco su di me



Napoli 1815, ultimi mesi del regno di Gioacchino Murat. Trionfi e tragico epilogo di quel re che seppe infiammare e trascinare il popolo napoletano nel sogno, forse prematuro, di un'Italia unita e indipendente. In quel tempo il giovane Eugenio, dopo anni di lontananza in Francia, torna a Napoli, sua città natale, a causa di una ferita riportata in battaglia, richiamato dall'amatissimo nonno, vecchio aristocratico alle prese con la stesura di un suo "Diario Napoletano". 
Da qui prende le mosse il secondo lungometraggio di un regista che mostra di conoscere a fondo la storia di Napoli. Peccato però che a questo film manchi quel tocco di poesia intimamente sentita che aveva fatto di Vrindavan Film Studios (la sua opera prima) un film interessante e capace di andare oltre i nostri confini. Qui ci sono due punti di vista (quello dell'anziano studioso e quello del giovane nipote) che si sovrappongono conferendo al film due stili narrativi. Uno storico-rievocativo e l'altro (con la storia d'amore di Eugenio) sbilanciato verso un romanticismo quasi televisivo (non nella migliore accezione del termine). L'accurata ricostruzione finisce così per risultare (a differenza di quanto accaduto con Il resto di nientedella De Lillo) un po' di maniera.

Matrimonio a Parigi



Durante una vacanza a Parigi, la figlia di un industriale abituato ad evadere le tasse con ogni mezzo, si innamora ricambiata del figlio di un onesto finanziere. Le due famiglie si ritroveranno a condividere la stessa camera d'albergo e gli scontri (ma anche i cambiamenti) diventeranno inevitabili. 

Johnny English – La Rinascita



Nella sua nuova avventura, Johnny English - l'agente segreto che non conosce pericolo e paura - deve fermare un gruppo di killer internazionali prima che facciano fuori il premier cinese, gettando il mondo nel caos. Johnny, che si era ritirato in una remota regione asiatica a perfezionare le sue abilità, viene reclutato dall'agenzia perchè affronti i terroristi. Dovrà necessariamente aggiornarsi dal punto di vista tecnologico, ma il tempo è poco e Johnny deve far ricorso a qualsiasi asso nella manica per salvare il mondo. E se per lui il disastro può essere un'opzione, il fallimento non lo è. 

Johnny english



Appena viene scoperto un complotto per rubare i gioielli della corona, il numero 1 dei Servizi Segreti viene mandato in missione. Numero 1, però, viene ucciso e, durante il suo funerale, un attentato elimina anche tutti i suoi colleghi. 
Ma ecco che entra in scena l’unico superstite English, un grigio impiegato, anche lui parte dei Servizi Segreti ma inchiodato alla sua scrivania, che, suo malgrado, si ritrova proiettato nel mondo mirabolante delle missioni operative.
Unite James Bond a Mr. Bean, il filone demenziale allo humor inglese: questo è il mix esplosivo di un film frizzante, divertente e ironico.
Atkinson usa al meglio la propria comicità fisica alla quale sono aggiunte battute esilaranti e sequenze che farebbero invidia allo stesso Bond.
Tra auto super veloci, gadget high tech e informazioni super segrete, il nostro eroe spazia attraverso i generi (thriller, commedia, comico). Riuscirà a portare a termine, nel migliore dei modi, il compito che gli è stato assegnato e troverà anche l’amore.

Non avere paura del buio



Sally Hurst è una bambina introversa e solitaria appena giunta nel Rhode Island per vivere con suo padre Alex e la sua nuova compagna Kim in una villa del 19° secolo in ristrutturazione. Mentre esplora la grande residenza, Sally scopre una cantina rimasta nascosta fin dalla misteriosa scomparsa del costruttore della casa, avvenuta un secolo prima. Libera così, involontariamente, malvagie creature che vogliono trascinarla nelle oscure profondità dell'antica dimora. Sally deve convincere Alex e Kim che non si tratta di una fantasia, ma di una terribile realtà che incombe su tutti loro.

Paura



Tre giovani amici della periferia romana, dove tutto scorre come da copione, si ritrovano tra le mani le chiavi di una bella villa in campagna appartenente allo strano e facoltoso Marchese Lanzi, fuori per il fine settimana per un raduno d’auto d’epoca. I tre non resistono alla tentazione di passare due giorni indisturbati nel lusso, ma qualcosa nella cantina comprometterà inaspettatamente i loro goliardici progetti. 
A pochi mesi dal godibile sci-fi L’arrivo di Wang i Manetti Bros. tornano in sala con un nuovo film di genere, modello cinematografico che nelle declinazioni dei due registi è divenuto una riconoscibile cifra della loro filmografia. Questa volta si cimentano con il loro genere più amato, quello verso cui hanno sempre strizzato l’occhio nel corso di tutti i loro lavori precedenti: l’horror, e per giunta con il tecnologico supporto 3D. 
Si avverte sempre uno scollamento in sede di giudizio dinanzi ad un film dei Manetti Bros.: il risultato finale, l’impianto strutturale, stride con l’onestà di approccio dell’intero disegno. Impossibile valutare Paura 3D, così come L’arrivo di Wang e altri loro lungometraggi, per quello che è senza tenere conto del divertito e schietto intento. E se di buone intenzioni può essere lastricata persino la strada per l'inferno, non sempre lo è la via del cinema italiano, che spesso rifugge il cinema di genere per approdare verso altezzose soluzioni, ma la presunzione non è di casa Manetti.
Paura 3D è il risultato di due fratelli registi che si misurano con bontà d’animo verso un genere che venerano e rispettano, e si approcciano alla loro opera più come a un rilassato saggio di fine anno (per schiettezza e spontaneità) che come a un prodotto straripante di eccessive ambizioni. L’incipit, a partire dai bellissimi titoli di testa ad opera del pittore e grafico Sergio Gazzo, è sempre la parte migliore dei loro lungometraggi e anche qui, come da manuale di sceneggiatura, la presentazione iniziale dei personaggi (come sempre romani, riconoscibili, quindi verosimilmente credibili) è funzionale per il coinvolgimento dello spettatore, traghettato verso un’attenta partecipazione all’iniziale intreccio. Poi qualcosa si rompe e ‘l’universo Manetti’, solo, non basta più: proprio nel momento in cui si dovrebbe spingere l’acceleratore, l’amato genere inizia a scricchiolare dimostrandosi troppo macchinoso, un congegno eccessivamente dilatato. La sceneggiatura si attiene ai canoni dell’horror e ad alcuni suoi sottogeneri come il torture porn e lo splatter, piacevolmente misurati e non debordanti, ma qua è là diverse lacune non passano inosservate. Rispetto ai loro precedenti titoli, una nota di merito va alla direzione degli attori, i quali danno forma a personaggi stavolta più credibili e meno sopra le righe. Tra qualche brivido e alcune riuscite battute negli inserti ironici e da commedia, tipico del loro non prendersi troppo sul serio,Paura 3D resta incerto nell’impalcatura, ma in fin dei conti gli si vuole davvero bene.

La fredda luce del giorno



Will Shaw è un giovane consulente finanziario di San Francisco in partenza per la Spagna, dove lo aspettano i genitori e il fratello per trascorrere assieme una vacanza in barca lungo la Costa Brava. Non si prospettano tuttavia delle ferie particolarmente lunghe e serene per lui, angosciato dal fatto che la sua compagnia è sull'orlo della bancarotta e che dovrà presto far ritorno a lavoro. Durante una traversata in mare, continuamente distratto dalle chiamate che arrivano da oltre oceano, si allontana dalla barca dei genitori per ritrovare la calma. Al suo ritorno, la sua famiglia sembra scomparsa, vittima di un intrigo internazionale che arriva a coinvolgere servizi segreti, ipotetici terroristi e doppie identità.
Quando il cinema d'azione americano si trasferisce in una capitale europea, sono due i luoghi che si sente maggiormente in dovere di visitare: il mausoleo di Hitchcock e i boulevard più stretti e tortuosi. Il principio dell'“uomo ordinario calato in un contesto straordinario” e quello che vede le intricate planimetrie europee come teatro per inseguimenti spettacolari e corse frenetiche sono alla base anche de La fredda luce del giorno, titolo lirico solo in apparenza che in realtà traduce alla lettera un'espressione inglese che suona come “a mente fredda”. Uno stato di armonia e di serenità che non potrebbe essere più lontano dall'animofrantic dei protagonisti di questo tipo di storie. 
Ed è proprio da questo esibito contrasto e dalla volontà di mettere in enfasi un continuo rovesciamento di prospettive che si muove il lavoro di Mabrouk El Mechri. Nel precedenteJCVD era il gioco metalinguistico con la figura di eroe granitico dell'attore Jean-Claude Van Damme a muovere il principio dell'azione e degli inseguimenti. Qua invece la cornice si allarga e arriva a inquadrare più stilemi del tipico film d'azione spionistico, fra i quali si annovera anche la presenza di Bruce Willis, chiamato a porgere simbolicamente il testimone a Henry Cavill per quanto riguarda i ruoli di uomo qualunque capace di incassare un'incredibile quantità di colpi e pallottole. Talmente tanti sono i cliché, le riprese e i rimandi, che il dinamismo rischia in più occasioni di bloccarsi all'interno di un garbuglio di intrighi e doppi giochi più complessi della mappa di Madrid. 
Se l'energia e il necessario movimento riescono invece sempre a trovare la loro strada all'interno di questo intreccio è soprattutto grazie al virtuosismo delle immagini, che riescono puntualmente a replicare e a sottolineare il continuo gioco di specchi, rovesciamenti e sconfinamenti iperbolici della storia. In questo modo, pur senza prendere un posto d'onore all'interno del sottogenere del “turismo d'azione”, La fredda luce del giorno riesce a rendere la visita meritevole di qualche souvenir.

Bed Time



Senza nessuno scopo nella vita e geneticamente incapace di essere felice, César prova piacere a far soffrire le persone che lo circondano. Nel palazzo di Barcellona in cui lavora come portiere appronta un gioco al massacro psicologico che ha come oggetto principale Clara, una giovane il cui atteggiamento gioioso verso la vita lo inorridisce, e come obiettivo quello di cancellarle per sempre il sorriso dalla faccia. Ogni sera, penetra nell'appartamento della donna e, dopo essersi assicurato una maggiore profondità del suo sonno col cloroformio, mette in atto il più spietato dei piani. 
Il titolo originale, Mientras Duermes, è lo stesso del programma televisivo con cui finiva col coincidere [Rec] e come in quell'horror rivelazione, cui ha fatto seguito un secondo capitolo per molti versi superiore, anche qui lo sguardo è stipato in un condominio-microscosmo quasi a tenuta stagna. Con poche eccezioni, le strazianti visite alla madre ricoverata e il finale, la macchina da presa rimane, infatti, tra le mura dello stabile addosso ad una figura dapprima indecifrabile e non meno letale degli infetti del celebre film girato in prima persona. Dopo una prima sequenza poi ribaltata da una messa in scena sapiente, Balagueró racconta con inedita sobrietà una storia che oltre ad avere un continuità con il meglio della sua produzione ne inaugura anche un nuovo e più sottile corso. 
Al racconto dell'orrore che il regista catalano frequenta sin da Nameless-Entità nascostasubentrano i tremiti di un thriller d'autore imperniato su importanti quesiti morali che riguardano la possibilità umana di scegliere tra bene e male, la fallibilità della giustizia e quell'impossibilità alla felicità di cui César diventa l'osceno campione. Soprattutto dalla descrizione di quest'uomo a prima vista mite, ma dentro al quale ribolle una rabbia distruttiva, si sentono i pregi di una sceneggiatura notevole per costruzione e misura scritta da Alberto Mariani – collaboratore assiduo del cineasta – che avrebbe dovuto anche dirigerla. 
Più inquietante che spaventoso, Bed Time parte da una paura largamente condivisa che riguarda l'invasione della sfera privata di ognuno durante l'oblio del sonno ("Ho sempre avuto paura di quello che può succedere attorno a me mentre dormo" ha dichiarato Balagueró) per costruire poi una tela di spietata precisione drammaturgica dominata dalla credibile interpretazione di Luis Tosar, valido sia nel mostrare l'abiezione che la disperazione del suo personaggio. Qualche ridondanza e un aspetto sonoro poco curato non inficiano la riuscita di una pellicola coraggiosa nel procedere dritta per la strada prefissata.

LOL Pazza Del Mio Migliore Amico



Lola è inseparabile dagli amici del cuore, Emily e Kyle, e ha una cotta per Chad. Al rientro a scuola dopo le vacanze, si accorge amaramente di non contare molto per lui e deve ammettere a sua volta di essere da sempre innamorata di Kyle. Una gita in Francia permette alla giovane coppia di superare un fraintendimento iniziale e di unirsi, ma ecco che poco dopo Anne, la madre di Lola, legge il suo diario, tutto fumo, palpiti del cuore e brutti voti, e s'infuria con lei. Ora anche l'amore tra madre e figlia sembra essere in pericolo, ma in fondo non c'è nulla che non si possa risolvere con il dialogo: rigorosamente via sms. 
Lisa Azuelos vola in America per rifare il film che le aveva portato fortuna qualche anno fa in Francia. Nel ruolo della madre, neodivorziata spaventata dall'idea di un nuovo amore come un'adolescente da quella della prima volta, una Demi Moore tristissima, dal volto immobile come la pietra, prende il posto di Sophie Marceau, di cui non solo ricordiamo tutti in filigrana la ragazzina che è stata (il che, di per sé, motiva un minimo i discutibilissimi montaggi alternati tra la vita sentimental-sessuale di Anne e quella di Lola) ma che, nel film originale, aveva avuto l'immenso buon senso di “recitare” la parte della madre, come fosse un personaggio da provare e riprovare per trovare la naturalezza e farne una seconda pelle. Qui la genitrice si perde nell'inconsistenza anziché nell'ingenuità e l'ironia prende la stessa strada. Lola, invece, è Miley Cyrus, che di francese non ha nulla, né la classe né la vena drammatica, ma ha indubbiamente un suo sentimentalismo ormai codificato, fatto di abbracci col chewingum in bocca, goliardia con i coetanei e sguardi paternalistici verso il mondo adulto, oltre che una gratuita simpatia che le viene soltanto dal non essere una bellona. 
Fatti salvi gli aggiustamenti geografici, il copione è quasi pedissequo nel ricalcare il vecchio se stesso, ma genera un'evidente ambiguità di posizione riguardo al giudizio su sesso, droga e (post)rock&roll, alternando più di una volta demonizzazione e superficialità: forse davvero all'americana, ma comunque in maniera sproporzionata. 
Come in un nostrano film di Moccia, la noia dei fatterelli quotidiani ingigantiti dai sospiri sembra essere l'unica controindicazione possibile, e ci sono dei momenti di tenerezza e ardimento molto riusciti nel racconto del corteggiamento mascherato da abitudine tra Kyle e Lola, ma il dubbio resta un altro. Appiattiti su una sequenza di clichè senza soluzione di continuità, tanto sul piano narrativo (il padre che intima: “o la sufficienza a scuola o la musica” e poi si ricrede al concerto) che su quello estetico (le parole d'amore compresse in un “miss u”, i lucchetti sul ponte…) film come questo non fanno sognare. Né i ragazzi né gli adulti. Ci fotografano nelle nostre manifestazioni peggiori di ignoranza, pigrizia e omologazione e non si capisce per cosa dovremmo divertirci o commuoverci.